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domenica 13 marzo 2011

seconda parte

Continuiamo la lettura sulla vita e morte del Buddha Shakiamuny dal sito "Dimensione Buddhista"

                  
L’ultimo discorso del Buddha
1. Sotto gli alberi di sala a Kusinagara, appressandosi la fine, Buddha rivolse queste ultime parole ai suoi discepoli:
"Fate di voi stessi una luce. Contate su voi stessi, e non siate dipendenti da nessun altro. Lasciatevi guidare dai miei insegnamenti come da una luce. Fate affidamento su di loro e non legatevi a nessun’altra dottrina. Considerate bene il vostro corpo: abbiate sempre presente la sua impurità. Ben sapendo che tanto il dolore quanto il piacere sono parimenti causa di sofferenza, come potete essere indulgenti verso i suoi desideri? Considerate bene il vostro ‘io’: riflettete sulla sua transitorietà; come potete esser delusi da ciò che sempre muta, coltivare orgoglio ed egoismo, sapendo che tutto ciò conduce inevitabilmente alla sofferenza? Considerate bene tutti gli esseri che consideriamo sostanziali; è forse possibile trovare in mezzo a loro un qualche ‘sé’ permanente? Cosa sono se non aggregati che presto o tardi si sbricioleranno in tante parti e si perderanno nel nulla? Non lasciatevi confondere dall’universalità della sofferenza, ma seguite il mio insegnamento, anche dopo la mia morte, e sarete liberi dalla sofferenza. Fate questo e sarete davvero miei discepoli."
2. "Miei discepoli, gli insegnamenti che vi ho donato non dovranno mai cadere nell’oblio né esser abbandonati. Sono da conservare come un tesoro, da meditare e da mettere in pratica. Se batterete questa via sarete sempre felici."
"Il cuore della dottrina consiste nel controllo della vostra mente. Se riuscirete a dominare i pensieri e a gettar via l’egoismo, manterrete una condotta di vita giusta, la mente pura e il parlare degno di fede. Se terrete sempre a mente la transitorietà della vita, sarete in grado di far fronte all’egoismo e alla paura, ed eviterete tutti i mali e le sofferenze che da essi derivano."
"Se scoprite la vostra mente in preda al dubbio delle passioni e sprofondata nella brama dell’egoismo, dovete sopprimere la tentazione e riprendere il controllo di voi stessi; ciascuno di voi sia il signore e il dominatore della propria mente."
"La mente può renderci un Buddha, oppure trasformarci in bestie. Si ci si lascia sedurre dall’errore, dalla brama di esistere e di possedere, si diventa simili a demoni; al culmine dell’Illuminazione, si diventa Buddha. Suvvia, tenete sotto controllo la mente e non lasciate che abbandoni il retto sentiero."
3. "Abbiate rispetto l’uno dell’altro, seguite i miei insegnamenti e mettete da parte eventuali dispute; non respingetevi e non separatevi come fanno acqua e olio, ma siate un tutt’uno come latte e acqua.
"Applicatevi insieme allo studio, imparate l’uno dall’altro, praticate i miei insegnamenti riuniti in comunità. Non sprecate tempo ed energie nella vana accidia e nella polemica. A tempo debito godetevi i fiori dell’Illuminazione e, quando sarà maturo, il frutto del retto sentiero.
"Gli insegnamenti che vi lascio in eredità, li ho ottenuti sperimentandoli io stesso in prima persona. Seguite questi insegnamenti e conformatevi al loro spirito in ogni occasione."
"Se li lascerete negletti, significa che non mi avete mai realmente incontrato. Significa che siete lontani da me, nonostante ora vi troviate presso di me; ma se accettate e mettete in pratica quanto vi ho insegnato, allora mi sarete sempre vicini, non importa quanto siate lontani nello spazio e nel tempo."
4. "Miei discepoli, la fine si va approssimando, la nostra separazione è vicina, ma non lamentatevi. La vita è un continuo cambiamento; nessuno può sfuggire alla dissoluzione del corpo. È questo ciò che dimostrerò con la mia morte, col corpo che cadrà a pezzi come un carro in rovina."
"Non lamentatevi vanamente, ma pensate che nulla è permanente e apprendete da ciò la vanità del vivere umano. Non attaccatevi all’inopportuno desiderio che quanto è per sua essenza mutabile possa diventare immutabile."
"Il demone di questi desideri mondani è sempre alla ricerca di opportunità per offuscare la mente. Se una vipera vive nascosta nella vostra stanza e voi desiderate dormire in pace, dovete prima scacciarla fuori dall’uscio."
"Occorre che rompiate le catene delle passioni mondane e le gettiate via come fareste con una vipera. Proteggete la vostra mente con attenzione."
5. "Miei discepoli, è giunto il mio ultimo momento, ma non dimenticate che la morte è soltanto la fine del corpo fisico. Il corpo è nato dai genitori ed è stato nutrito col cibo; pertanto malattia e morte sono inevitabili."
"Ma il vero Buddha non è un corpo umano: - è Illuminazione. Un corpo umano deve morire, ma la Saggezza dell’Illuminazione esisterà per sempre nella verità del Dharma, e nella pratica del Dharma. Chi vede soltanto il mio corpo in disfacimento, non vede veramente me. Soltanto chi accetta il mio insegnamento si incontra realmente con me."
"Quando sarò morto, il Dharma sarà il vostro maestro. Seguite il Dharma e in ogni istante sarete presso di me."
"Durante gli ultimi quarantacinque anni della mia vita, non ho omesso nulla dai miei insegnamenti. Non c’è nessuna dottrina segreta, nessun significato nascosto; ogni cosa vi è stata dichiarata e trasmessa apertamente e con chiarezza. Miei cari discepoli, ecco la fine. Fra un momento, trapasserò nel Nirvana. Questa è la mia ultima istruzione." (continua)

venerdì 18 febbraio 2011

Chi era Buddha?

Ma chi era in realtà il Buddha Storico, il Sakyiamuni?   Vediamo un testo tratto dal sito "Dimensione Speranza"



La vita di  Shakyamuni Buddha
1. Il clan degli Shakya dimorava lungo il fiume Rohini che scorre tra le colline a sud della catena dell’Himalaya. Il loro re, Shuddhodana Guatama, stabilì la capitale a Kapilavastu, fece costruire un grande castello e governò saggiamente, meritandosi il favore del suo popolo.
La regina si chiamava Maya. Era la figlia dello zio del re, che regnava su un distretto confinante dello stesso clan Shakya.
Per vent’anni essi non ebbero figli. Ma una notte la regina Maya fece uno strano sogno, nel quale vedeva un elefante bianco entrarle nel ventre attraverso il lato destro del petto, e divenne gravida. Il re e il popolo attendevano con impazienza la nascita di un principino. Seguendo la tradizione, la regina fece ritorno alla casa dei genitori per partorire, e lungo la strada, sotto un bel sole primaverile, decise di riposarsi nel Giardino di Lumbini. Tutto intorno a lei era un fiorire festoso di Ashoka. Deliziata, allungò il braccio destro per strapparne un ramoscello e così facendo diede alla luce un principe. La natura circostante esprimeva una profonda delizia, glorificando la regina ed il bimbo regale; cielo e terra ne gioivano. Questo giorno memorabile era l’otto di aprile.
Incomparabile fu la felicità del re. Al figlio diede il nome di Siddharta, che significa "Ogni desiderio è stato pienamente realizzato".
2. Nel palazzo reale, tuttavia, la felicità fu subito seguita dallo sconforto, poiché, pochi giorni dopo, l’amata regina Maya morì improvvisamente. La sorella minore, Mahaprajapati, divenne la madre adottiva del bimbo e lo tirò su con cura ed amore.
Un eremita, chiamato Asita, che viveva sulle montagne poco distanti, notò che dal castello si levava un chiarore straordinario. Interpretandolo come un buon auspicio discese al palazzo e gli fu mostrato il bimbo. Così predisse: "Questo principe, se rimane a palazzo, da adulto diverrà un grande re e soggiogherà il mondo intero. Ma se abbandona la corte per abbracciare una vita religiosa, sarà un Buddha, il Salvatore del mondo".
In principio il re accolse con piacere questa profezia, ma in seguito iniziò a preoccuparsi della possibilità che il suo unico figlio lasciasse il palazzo per diventare un monaco errante.
All’età di sette anni il Principe cominciò a prendere lezioni sulle arti civili e militari, ma i suoi pensieri erano più naturalmente orientati verso un altro genere di cose. Un giorno di primavera uscì dal castello in compagnia del padre. Insieme stavano osservando un contadino intento all’aratura, quando notò un uccello piombare al suolo e carpire via un piccolo lombrico che era stato rigirato dall’aratro del contadino. Il principino si sedette all’ombra di un albero e ripensò alla scena, mormorando tra sé e sé:
"Ahimè! Tutte le creature viventi si uccidono l’un l’altra?"
Il Principe, che aveva perduto la madre subito dopo la nascita, fu profondamente colpito dalla tragedia di queste minuscole creature.
La ferita infertagli nello spirito diventava sempre più profonda giorno dopo giorno, man mano che cresceva; come una piccola cicatrice sul tronco di un giovane albero, la sofferenza insita nella vita umana finì con l’imprimersi a fondo nella sua mente.
La preoccupazione del re cresceva sempre di più, poiché egli teneva a mente la profezia dell’eremita e tentava in ogni modo possibile di consolare il Principe, volgendo altrove i suoi pensieri. Pertanto, decise che il figlio, compiuto il diciannovesimo anno, avrebbe sposato la Principessa Yashodhara, la figlia di Suprabuddha, signore del castello Devadaha e fratello della defunta regina Maya.
3. Per dieci anni, nei diversi Padiglioni di primavera, autunno e della stagione delle piogge, il principe fu immerso in giri di musica, danza e piacere sensuale, ma sempre i suoi pensieri tornavano a fissarsi sul problema della sofferenza ogni qual volta si sforzasse di afferrare il vero significato della vita umana.
"I lussi del palazzo, questo corpo forte e sano, questa giovinezza ricolma di gioia! Cosa significano tutte queste cose per me?" andava meditando tra sé e sé. "Un giorno potremmo ammalarci, e in ogni caso dobbiamo invecchiare; non c’è scampo dalla morte. L’orgoglio della giovinezza, l’orgoglio della salute, l’orgoglio di esistere – le persone assennate dovrebbero gettar via tutto ciò."
"Un uomo che lotta per l’esistenza sarà naturalmente portato a cercare qualcosa per cui valga la pena spendere la propria vita. Ci sono due modi di cercare – un modo giusto ed uno sbagliato. Se cerca nella maniera errata, costui sarà obbligato comunque a riconoscere che malattia, vecchiaia e morte sono inevitabili, ma bramerà con tutte le forze il loro opposto.
Se cerca nella maniera giusta, comprenderà la vera natura di malattia, vecchiaia e morte, e fonderà il senso della vita in ciò che trascende tutte le umane sofferenze. Nella mia vita di piaceri e mollezze sto percorrendo, a ben guardare, il sentiero sbagliato."
4. Questo travaglio spirituale afflisse continuamente il principe fino al giorno in cui nacque il suo unico figlio, Rahula, ed egli compì ventinove anni. Tale evento segnò inequivocabilmente il punto di svolta, poiché Siddharta decise di abbandonare il palazzo e cercare la soluzione al dilemma che lo affliggeva votandosi alla vita vagabonda del mendicante. Così una notte lasciò il castello in compagnia del suo auriga, Chandaka, e del suo cavallo preferito, Kanthaka, bianco come la neve.
L’angustia che lo attanagliava non ebbe fine e molti demoni lo tentarono rivolgendogli suadenti parole: "Faresti meglio a ritornare sui tuoi passi, al castello, giacché il mondo intero potrebbe presto appartenerti." Ma egli rispose al tentatore che non bramava in cuor suo il mondo intero. Così, col cranio rasato volse i suoi passi verso sud, portando con sé solo una ciotola da mendicante.
Innanzitutto, il principe fece visita all’eremita Bhagava e osservò le sue pratiche ascetiche. Quindi, si recò presso Arada Kalama e Udraka Ramaputra per apprendere i loro metodi finalizzati al conseguimento dell’Illuminazione attraverso la meditazione; ma dopo aver praticato con loro per un certo periodo di tempo si convinse che non lo avrebbero condotto all’Illuminazione. Infine, partì per la provincia di Magadha e si diede alle pratiche ascetiche dimorando nella foresta di Uruvilva sulle rive del fiume Nairanjana, che scorre presso il villaggio di Gaya.
5. I metodi della sua pratica furono incredibilmente rigorosi. Pungolava il suo spirito con il fiero intento che "nessun asceta nel passato, nessuno nel presente e nessuno nel futuro, hanno praticato né praticheranno con maggiore forza e concentrazione di quanto faccia io."
Tuttavia Siddharta non riusciva ancora a centrare il suo obiettivo. Dopo sei anni trascorsi nella foresta abbandonò definitivamente la pratica dell’ascetismo. Andò a prendere un bagno nelle acque del fiume e accettò una ciotola di latte dalle mani di Sujata, una fanciulla che viveva nel vicino villaggio. I cinque compagni che avevano condiviso con il principe i sei anni di dure pratiche ascetiche furono turbati e indignati dal fatto che egli osasse prendere del latte dalle mani di una fanciulla; disprezzarono quella che ai loro occhi sembrava debolezza e lo abbandonarono.
Così il principe fu lasciato solo. Si sentiva ancora debole, ma pur correndo il rischio di perdere la vita, affrontò un altro periodo di meditazione, dicendo a sé stesso, "Il sangue può anche prosciugarsi, la carne decadere e le ossa giacere sparpagliate qui intorno, ma giammai abbandonerò questo luogo finché non avrò scoperto la via che conduce all’Illuminazione."
Ebbe inizio una lotta intensa e senza tregua. La disperazione fece breccia nel suo spirito e lo empì di pensieri confusi, ombre tenebrose pendevano sul suo capo, e si ritrovò stretto d’assedio dalle lusinghe dei demoni. Con attenzione e pazienza le esaminò una per una e le rigettò tutte. Fu una battaglia durissima, al punto che il suo sangue scorreva sempre più rarefatto, la carne andava sfaldandosi e le ossa erano sul punto di rompersi.
Ma quando la stella del mattino apparve nel cielo ad oriente, la lotta era terminata e la mente del principe era chiara e luminosa come il giorno nascente. Alla fine, egli aveva trovato la via che conduce all’Illuminazione. Era l’otto dicembre, quando Siddharta divenne un Buddha all’età di trentacinque anni.
6. Da qual giorno in poi il principe fu conosciuto con nomi differenti: c’era chi parlava di lui come del Buddha, Colui che è Perfettamente Illuminato, Tathagata; altri lo appellavano Shakyamuni, il Saggio della casata Shakya; altri ancora "Colui che l’intero mondo onora".
Per prima cosa, egli diresse i suoi passi verso Mrigadava nel Varanasi dove si trovavano i cinque monaci che avevano trascorso con lui i sei anni della sua vita ascetica. Al principio essi lo evitarono deliberatamente, ma dopo che ebbero parlato con lui, gli prestarono fede e divennero i suoi primi discepoli. In seguito si recò al castello di Rajagriha e convertì alla sua causa il re Bimbisara che gli si era sempre dimostrato amico. Da qual momento in poi, se ne andò vagando per la regione sostentandosi di elemosine ed insegnando agli uomini ad accettare il suo modo di vivere.
E la gente si rivolse a lui come l’assetato agogna acqua e l’affamato cibo. Due grandi discepoli, Sariputra e Maudgalyayana e i loro duemila seguaci si convertirono alla sua dottrina.
Al principio il padre del Buddha, re Shuddhodana, ancora sofferente nel profondo del cuore a causa della decisione del figlio di abbandonare il palazzo, mantenne le distanze, ma in seguito divenne un suo fervente discepolo. Mahaprajapati, la madre adottiva del Buddha, la principessa Yashodhara, sua moglie, e tutti i membri del clan degli Shakya iniziarono a seguirlo. Col passare del tempo, i suoi devoti e seguaci divennero moltitudini.
7. Per quarantacinque anni il Buddha andò in giro per la regione pregando e persuadendo uomini e donne a seguire la sua dottrina. Ma giunto alla venerabile età di ottant’anni, nei pressi di Vaisali lungo la strada che collega Rajagriha a Shravasti, cadde ammalato e predisse che entro tre mesi sarebbe entrato nel Nirvana. Si mise nuovamente in viaggio finché non raggiunse Pava dove la sua malattia si aggravò ulteriormente per aver mangiato del cibo offertogli da Chunda, un fabbro. Comunque, a dispetto della grande sofferenza e debolezza, egli raggiunse la foresta che confina con Kusinagara.
Giacendo tra due grandi alberi di sala, egli continuò ad ammaestrare i suoi discepoli fino all’ultimo momento. Così il Buddha, dopo aver portato a compimento il suo lavoro di maestro, il più grande che la storia ricordi, entrò nello stato di quiete assoluta.
Sotto la guida di Ananda, il discepolo favorito del Buddha, il suo corpo fu cremato dagli amici a Kusinagara.
Sette sovrani delle province confinanti oltre al re Ajatasatru chiesero che le reliquie fossero divise tra di loro. Il popolo di Kusinagara in un primo tempo si oppose e la disputa rischiò di trasformarsi in guerra aperta; ma grazie ai buoni consigli di un saggio chiamato Drona, la crisi rientrò e le reliquie furono ripartite tra gli otto grandi regni. Le ceneri della pira funeraria e la giara di terracotta che conteneva le reliquie furono donate ad altri due sovrani per essere onorate alla stessa maniera. Così vennero erette dieci grandi torri per commemorare il Buddha e per conservare le sue reliquie e ceneri.   (continua)

Heian Yondan

Dopo un po' di tempo "perso" ad allenarci e ad imparare i primi tre kata della serie Heian, torniamo con il quarto, lo Yondan, meraviglioso kata che serve da introduzione ed allenamento ad altri kata superiori, quali il Kanku Dai, per esempio.

venerdì 14 gennaio 2011

Non solo fisico

   Vediamo di trattare un poco lo spirito, cominciando a praticare un poco di meditazione.
   Cominciamo leggendo un'introduzione alla materia con un articolo tratto dal sito:
http://santacittarama.altervista.org/meditazione.htm#INTRO



INTRODUZIONE ALLA MEDITAZIONE


Questa lezione si propone di essere uno strumento introduttivo alla pratica della Meditazione di Visione Profonda, secondo l'insegnamento che viene dato nella tradizione del Buddhismo Theravada. Per utilizzare questa introduzione non è necessario avere familiarità con gli insegnamenti del Buddha; tuttavia una conoscenza del genere può essere di aiuto per rendere più chiara la comprensione che può svilupparsi per mezzo della meditazione.

Lo scopo della Meditazione di Visione Profonda non è dare vita a un sistema di credenze; piuttosto, esso consiste nel fornire una guida su come vedere con chiarezza la natura della mente. In questo modo si acquista una comprensione in prima persona di come le cose sono, senza affidarsi a opinioni o teorie; un'esperienza diretta, che è vitale di per sé. Inoltre, ciò fa nascere quel senso di calma profonda che proviene dal conoscere qualcosa nel nostro intimo, al di là della dimensione del dubbio.

La Meditazione di Visione Profonda è un fattore chiave del sentiero che il Buddha ha offerto per il bene degli esseri umani; l'unico criterio è metterla in pratica! Queste pagine, pertanto, descrivono una serie di esercizi di meditazione e danno dei suggerimenti sul modo di utilizzarli. L'efficacia è maggiore se si segue la guida progressivamente, lavorando con cura su ogni sequenza di istruzioni prima di passare oltre.

Il termine "meditazione di visione profonda" (samatha-vipassana) fa riferimento a pratiche mentali che sviluppano calma (samatha) per mezzo dell'attenzione prolungata e visione profonda (vipassana) per mezzo della riflessione. Una tecnica fondamentale per sostenere l'attenzione consiste nel concentrare la consapevolezza sul corpo; tradizionalmente la si pratica nella meditazione seduta, oppure in quella camminata. La guida inizia con qualche consiglio al riguardo.

La riflessione si presenta in modo del tutto naturale più in là nel tempo, quando ci si trova 'a proprio agio' nell'esercizio di meditazione. Si prova un senso di agio e di interesse, ci si comincia a guardare intorno e la mente che medita comincia a divenirci familiare. Questo 'guardarsi intorno' si chiama contemplazione, è un modo di vedere personale e diretto che una tecnica, quale che sia, può suggerire soltanto in modo indiretto. Nella seconda sezione del testo sono esposte alcune idee e indicazioni pratiche al riguardo.


SOSTENERE L'ATTENZIONE

Stando seduti

Tempo e luogo

Stando seduti è agevole concentrare la mente sul corpo. Dovreste trovare un momento e un luogo che vi consentano di rimanere calmi e indisturbati.

Una stanza silenziosa, senza una quantità di oggetti che possano distrarre la mente, è ideale; un ambiente luminoso e spazioso fa un effetto di nitore e chiarezza, mentre una stanza ingombra e male illuminata fa l'effetto opposto. Anche la scelta del tempo ha importanza, in particolare perché per la maggior parte delle persone le giornate si svolgono secondo uno schema fisso. Non è particolarmente produttivo meditare quando si ha qualcos'altro da fare, o quando si ha fretta. E' meglio riservare un periodo - ad esempio, la mattina presto o la sera, dopo il lavoro - nel quale potete dare sul serio e pienamente la vostra attenzione alla pratica. Cominciate con una quindicina di minuti. Praticate con sincerità, con i vostri limiti di tempo e di energia, ed evitate che la pratica, pur abituale, divenga un automatismo. La pratica meditativa, sostenuta da un'autentica volontà di investigare e di fare pace con sé stessi, si svilupperà naturalmente in termini di durata e di destrezza.

Consapevolezza del corpo

Lo sviluppo della calma è aiutato da una postura stabile e da uno sforzo costante ma sereno. Se vi sentite irrequieti non c'è pace; senza un'applicazione deliberata si tende a fantasticare. Una delle posizioni più efficaci per coltivare la combinazione appropriata di quiete ed energia è quella seduta.

Adottate una postura che mantenga la schiena eretta senza tensione. Una semplice sedia con lo schienale dritto può riuscire utile, oppure forse siete in grado di sedervi in una della posizioni del loto. (note sulla posizione). Dapprima queste posizioni possono sembrare innaturali; col passare del tempo, però, esse possono conferire uno straordinario equilibrio tra fermezza e delicatezza, che allieta la mente senza affaticare il corpo.

Inclinare il mento leggermente verso il basso aiuta; non fate però pencolare il capo in avanti perché questo favorisce la sonnolenza. Tenete le mani in grembo, con le palme in alto, l'una poggiata lievemente sull'altra e in modo che le punte dei pollici si tocchino. Prendetevi il tempo che ci vuole, e arrivate al giusto equilibrio.

Adesso raccogliete l'attenzione e cominciate a percorrere con essa il corpo, lentamente. Notate le sensazioni. Sciogliete le tensioni, specialmente quelle al viso, al collo e alle mani. Chiudete, o socchiudete, le palpebre.

Investigate come vi sentite. Ansiosi o tesi? Poi allentate un po' l'attenzione. E' probabile che in questo modo la mente si calmi, e può darsi che si presentino dei pensieri - riflessioni, fantasticherie, ricordi, oppure dubbi se state facendo correttamente l'esercizio! Invece di assecondare o contrastare questi pensieri, date più attenzione al corpo, esso è un utile ancoraggio per una mente che divaga.

Coltivate uno spirito di ricerca nel praticare la meditazione. Prendetevi il tempo che ci vuole. Portate l'attenzione, ad esempio, dalla cima del capo giù per tutto il corpo, sistematicamente. Notate le differenti sensazioni - come calore, palpitazioni, sensibilità attenuata o accentuata - nelle articolazioni di ogni dito, l'umido delle palme delle mani, i battiti al polso. Anche aree nelle quale può darsi che non si avvertano sensazioni particolari, come gli avambracci o i lobi delle orecchie, possono essere 'percorse' in modo attento. Notate come anche l'assenza di sensazioni sia qualcosa della quale la mente può essere consapevole. Questa costante e prolungata investigazione si chiama consapevolezza (sati) ed è uno degli strumenti fondamentali della Meditazione di Visione Profonda.

Consapevolezza del respiro (anapanasati)

Anziché col 'percorrere il corpo', oppure dopo un periodo preliminare di questa pratica, la consapevolezza può essere sviluppata per mezzo dell'attenzione al respiro.

Dapprima seguite la sensazione del respiro che fluisce attraverso le narici e riempie il torace e l'addome. In seguito cercate di mantenere l'attenzione su un punto determinato, come il diaframma, oppure - localizzazione più sottile - le narici. Il respiro ha una qualità che induce calma, è solido e rilassante se non viene forzato; a ciò contribuisce una postura eretta. La mente può divagare; voi però, pazientemente, ritornate al respiro.

Non è necessario sviluppare la concentrazione fino al punto di escludere ogni altra cosa tranne il respiro. Qui lo scopo, piuttosto che creare uno stato di trance , è quello di farvi notare il lavorio della mente e di apportare una certa quantità di tranquilla chiarezza in essa. Nel suo insieme il processo - raccogliere l'attenzione, notare il respiro, notare che la mente ha divagato e ristabilire l'attenzione - sviluppa consapevolezza, pazienza e capacità di comprendere in profondità. Perciò non fatevi fuorviare da quello che sembra un 'fallimento'; semplicemente, ricominciate. Continuare in questo modo fa sì che alla fine la mente si calmi.

Se siete molto irrequieti o agitati, rilassatevi. Praticate a essere in pace con voi stessi, dando ascolto alle voci della mente - senza necessariamente dare loro credito.

Se avvertite sonnolenza, siate più accurati e attenti nei confronti del corpo e della postura. In situazioni del genere cercare di rendere più sottile l'attenzione o perseguire la tranquillità non farà altro che peggiorare le cose!


Camminando e stando in piedi

Molti esercizi di meditazione, come quello precedente di 'consapevolezza del respiro', si praticano nella posizione seduta. Di solito, peraltro, alla modalità di meditazione seduta si alterna quella camminata. Quest'ultima, a parte il fatto che fornisce cose diverse da notare, è un modo appropriato di immettere energia nella pratica qualora l'effetto calmante della meditazione seduta vi inducesse al torpore.

Se potete muovervi all'aperto, stabilite come percorso per la meditazione un tratto di 25-30 passi (oppure un percorso ben definito fra due alberi). Ponetevi a una estremità del percorso e portate l'attenzione sulle sensazioni del corpo. Iniziate mantenendo l'attenzione sulla sensazione del corpo eretto, con le braccia sciolte con naturalezza e le mani congiunte, senza stringerle, davanti o dietro. Guardate un punto a terra davanti a voi, a circa tre metri, evitando così distrazioni visive. Ora camminate, senza tensione, con passo misurato ma 'normale', fino all'altra estremità del percorso. Fermatevi. Portate l'attenzione sul corpo eretto per la durata di un paio di respiri. Voltatevi, e tornate indietro. Mentre camminate siate consapevoli del fluire delle sensazioni fisiche nel loro insieme, oppure, più specificamente, portate l'attenzione ai piedi che entrano in contatto con il terreno, agli spazi fra un passo e l'altro, alle sensazioni del fermarsi e del ripartire.

La mente divagherà, è scontato. Perciò è importante coltivare la pazienza e la determinazione a cominciare di nuovo. Adeguate il passo allo stato in cui si trova la mente: vigoroso quando è sonnolenta o è presa da pensieri ossessivi, fermo ma dolce quando è irrequieta e impaziente. Alla fine del percorso, fermatevi; inspirate, espirate; 'lasciate andare' ogni irrequietezza, preoccupazione, calma, beatitudine, ricordi od opinioni su voi stessi. Il 'chiacchiericcio interiore' può arrestarsi momentaneamente, o dissolversi. Ricominciate. In questo modo inducete continuamente freschezza nella mente e le consentite di procedere al ritmo che le è congeniale.

In spazi più limitati modificate la lunghezza del percorso secondo le disponibilità. In alternativa potete fare il giro di una stanza, fermandovi e rimanendo fermi per qualche momento a ogni giro compiuto. Il tempo in cui rimanete fermi può essere prolungato fino ad alcuni minuti, applicando la tecnica del 'percorrere il corpo'.

Camminare porta energia e fluidità nella pratica; mantenete stabile il passo e lasciate che la mente sia attraversata dalle condizioni mutevoli. Invece di pretendere che la mente sia quieta come potrebbe esserlo quando siete nella posizione seduta, contemplate il fluire dei fenomeni. E' notevole quante volte possiamo trovarci presi in una serie di pensieri concatenati, arrivando alla fine del percorso e 'risvegliandoci' di soprassalto! Ma è naturale per la nostra mente non addestrata farsi assorbire da pensieri e stati d'animo. Perciò, invece di cedere all'impazienza, imparate a lasciar andare e ricominciate. Allora può nascere un senso di agio e di calma, così che la mente divenga aperta e chiara in modo naturale, senza forzature.


Stando distesi

Quando alla fine di una giornata andate a riposare, meditate per qualche minuto stando sdraiati su un fianco. Tenete il corpo ben disteso e piegate un braccio all'insù in modo che la mano faccia da sostegno alla testa. 'Percorrete il corpo', sciogliendone le tensioni; oppure portate l'attenzione al respiro, mettendo consapevolmente da parte i ricordi del giorno appena trascorso e le aspettative per l'indomani. In pochi minuti, con la mente chiara, potrete riposare bene.

Coltivare il cuore

Coltivare la benevolenza (metta) conferisce un'altra dimensione alla pratica della Visione Profonda. La meditazione insegna di per sé la pazienza e la tolleranza, o almeno mostra l'importanza di queste qualità. Così può ben accadere che vogliate sviluppare un'attitudine più amichevole e sollecita verso voi stessi e verso gli altri. Nella meditazione potete coltivare la benevolenza in modo molto realistico.

Concentrate l'attenzione sul respiro, che ora userete come strumento per effondere sollecitudine e benevolenza. Cominciate da voi stessi, dal vostro corpo. Visualizzate il respiro come una sorgente luminosa, oppure vedete la consapevolezza come un raggio caldo e gradualmente passatelo sul corpo. Delicatamente, concentrate l'attenzione sul centro del torace, vicino al cuore. Nell'inspirare, rivolgete sollecitudine paziente a voi stessi, magari con il pensiero "Possa io essere felice" oppure "pace". Nell'espirare, fate che l'attitudine di quel pensiero, o la consapevolezza della luce, si effonda dal cuore, attraverso la mente, e si espanda al di fuori di voi. "Possano gli altri essere felici".

Se sperimentate stati mentali negativi, inspirate le qualità della tolleranza e del perdono. Visualizzare il respiro con una colorazione risanatrice può essere di aiuto. Nell'espirare, lasciate andare - qualunque tensione, preoccupazione o negatività - ed espandete il senso di distensione attraverso il corpo, attraverso la mente e al di fuori di voi come prima.

Questa pratica può impegnare in tutto o in parte un periodo di meditazione; dovete giudicare voi stessi quello che è appropriato. Meditare con un'attitudine di gentilezza induce alla calma ed è positivo per iniziare un periodo di meditazione seduta; tuttavia ci saranno senz'altro periodi in cui questo approccio andrà utilizzato a lungo, per penetrare in profondità nel cuore.

Cominciate sempre con ciò di cui siete consapevoli, anche se vi sembra banale o poco chiaro. Lasciate che la mente vi si riposi con calma - si tratti di noia, di un ginocchio che duole, o della frustrazione di non sentirsi particolarmente gentili. Lasciatelo stare; praticate a essere in pace con quello che c'è. Riconoscete e mettete da parte, con gentilezza, ogni propensione alla pigrizia, al dubbio, o al senso di colpa.

La pace può svilupparsi in una sollecitudine molto nutriente verso voi stessi, se innanzitutto accettate senza riserve la presenza di ciò che non vi piace. Mantenete salda l'attenzione e aprite il cuore a tutto quello che sperimentate. Questo non implica approvare gli stati negativi, ma apre loro uno spazio nel quale possono andare e venire.

Generare benevolenza nei confronti del mondo al di là di voi stessi segue in gran parte lo stesso schema. Un modo semplice per effondere gentilezza consiste nel lavorare per fasi successive. Cominciate da voi stessi, associando il sentimento dell'accettazione benevolente al movimento del respiro. "Possa io essere felice". Quindi, pensate alle persone che amate e rispettate, e augurate loro felicità, una per una. Passate alle persone con le quali avete un rapporto amichevole, poi a quelle nei confronti delle quali sentite indifferenza. "Possano essere felici". Infine, portate alla mente le persone delle quali avete timore o che non vi piacciono e continuate a effondere benevolenza.

Questa meditazione può espandersi, in un moto di compassione, fino a includere tutte le persone al mondo, nelle loro molteplici condizioni. E ricordate, non è necessario che sentiate di amare ogni persona per augurarle felicità.

La sollecitudine e la compassione scaturiscono dalla stessa fonte della benevolenza ed espandono la mente al di là della prospettiva puramente personale. Se non vi sforzate continuamente di far andare le cose come volete che vadano; se siete più accomodanti e ricettivi nei confronti di voi stessi e degli altri così come sono, la compassione nasce da sé. La compassione è la naturale sensibilità del cuore.

LA RIFLESSIONE

Consapevolezza non selettiva

La meditazione può svolgersi anche senza un oggetto specifico, in un stato di contemplazione pura, o 'consapevolezza non selettiva'.

Dopo aver calmato la mente con uno dei metodi descritti in precedenza, consapevolmente mettete da parte l'oggetto di meditazione. Osservate il flusso delle immagini mentali e delle sensazioni nel loro sorgere, senza indulgere in critiche o apprezzamenti. Notate ogni avversione e attrazione; contemplate ogni incertezza, felicità, irrequietezza o tranquillità al loro nascere. Quando il senso di chiarezza diminuisce, o se cominciate a sentirvi sopraffatti dalle impressioni, potete ritornare a un oggetto di meditazione (come il respiro). Quando ritorna un senso di stabilità potete nuovamente abbandonare l'oggetto della meditazione.

Questa pratica dell''attenzione pura' si presta bene all'osservazione dei processi mentali. Oltre a osservare i particolari 'ingredienti' della mente possiamo rivolgere l'attenzione alla natura del contenitore. Per quanto riguarda i contenuti mentali, gli insegnamenti buddhisti mettono in rilievo soprattutto tre semplici e fondamentali caratteristiche.

In primo luogo c'è la mutevolezza (anicca), l'eterno processo dell'inizio e della fine al quale tutte le cose sono sottoposte, il costante movimento del contenuto della mente. Il contenuto mentale può essere piacevole o spiacevole, ma non si ferma mai.

C'è anche un senso di insoddisfazione (dukkha), persistente, spesso impercettibile. Le sensazioni spiacevoli lo evocano facilmente, ma anche un'esperienza piacevole causa una stretta al cuore quando finisce. Così nei momenti migliori permane una qualità di incompiutezza in ciò che la mente sperimenta, un vago senso di insoddisfazione.

Man mano che il costante nascere ed estinguersi delle esperienze e degli stati d'animo diviene familiare, diviene inoltre chiaro che - dato che questi contenuti sono impermanenti - in realtà nessuno di essi vi appartiene. E, quando i contenuti tacciono - rivelando una luminosa spaziosità della mente - non si trova alcuna caratteristica puramente personale! Questo può essere difficile da capire, ma in realtà non c'è nessun 'me' e nessun 'mio' - la caratteristica del 'non sé' o impersonalità (anatta).

Investigate a tutto campo e notate come queste qualità appartengano a tutte le cose, fisiche e mentali. Indipendentemente dal fatto che le vostre esperienze siano gioiose o a malapena sopportabili, questa contemplazione condurrà a una prospettiva serena ed equilibrata rispetto alla vostra vita.

Contemplare la pratica

Questi esercizi di meditazione servono tutti a porre le basi per la consapevolezza delle cose così come sono. Focalizzandovi senza riserve sulle varie esperienze, noterete con maggiore chiarezza lo stato della mente stessa - ad esempio, se al momento siete svogliati oppure superzelanti nella vostra pratica. Con un approccio minimamente onesto diviene evidente che la qualità della pratica meditativa dipende non dall'esercizio che si usa, ma da ciò che ci mettete voi. Con questo genere di riflessioni sarete in grado di vedere più in profondità nella vostra personalità e nelle vostre abitudini.

Ci sono alcuni punti che è utile avere in mente ogni volta che meditate. Considerate se state cominciando con freschezza ogni volta - oppure, anche meglio, a ogni respiro o passo. Se non praticate con mente aperta potete ritrovarvi a cercare di far rivivere un'intuizione che avete avuto, oppure a essere riluttanti a imparare dai vostri errori. C'è il giusto equilibrio nell'energia per cui fate tutto quello che potete, senza forzarvi troppo? Siete in contatto con ciò che sta effettivamente accadendo nella mente, oppure vi servite di una tecnica in modo ottuso, meccanico? Per quanto riguarda la concentrazione, è bene verificare se state mettendo da parte questioni che non sono di importanza immediata, ovvero se indulgete a vagare tra pensieri e stati d'animo. Oppure, state cercando di reprimere delle sensazioni senza riconoscerle e rispondere in modo appropriato?

La concentrazione appropriata è ciò che unifica il cuore e la mente. Riflettere in questo modo vi incoraggia a sviluppare un approccio adeguato. E naturalmente la riflessione vi mostrerà di più che non come meditare: vi darà la chiarezza per comprendere voi stessi.

Ricordate, finché non avrete sviluppato una certa destrezza e scioltezza nella meditazione, è meglio usare un oggetto di meditazione, come il respiro, per focalizzare la consapevolezza e come antidoto nei confronti della natura opprimente delle distrazioni mentali. Anche in questo caso, indipendentemente da quanto tempo abbiate cominciato a praticare, è sempre di aiuto ritornare alla consapevolezza del respiro o del corpo. Sviluppare questa abilità di ricominciare conduce a stabilità e scioltezza. Con una pratica equilibrata vi rendete conto sempre di più di come sono il corpo e la mente e vedete come vivere con maggior libertà e armonia. Questo è lo scopo e il frutto della Meditazione di Visione Profonda.

Vivere consapevolmente

Con la pratica della Meditazione di Visione Profonda vedrete più chiaramente i vostri atteggiamenti e arriverete a conoscere quali sono utili e quali creano difficoltà. Un atteggiamento aperto può far sì che anche le esperienze spiacevoli diventino occasione di saggezza - ad esempio, comprendendo il modo in cui la mente reagisce al dolore o alla malattia. Quando vi accostate a esperienze del genere in questo modo, spesso siete in grado di sciogliere la tensione e la resistenza al dolore, e di alleviare quest'ultimo in modo considerevole. D'altro canto, un moto di impazienza porta a risultati diversi: vi irritate nei confronti degli altri se disturbano la vostra meditazione; siete frustrati se la pratica non sembra progredire con sufficiente rapidità; cadete in stati d'animo spiacevoli per questioni insignificanti. La meditazione ci insegna che la pace della mente - o la sua assenza - dipende fondamentalmente dal contemplare, o meno, gli eventi della vita con uno spirito di riflessione e di apertura.

Esplorando le vostre intenzioni e i vostri atteggiamenti nella quiete della meditazione, potete investigare il rapporto tra desiderio e insoddisfazione. Vedete le cause della scontentezza: volere ciò che non avete; respingere ciò che non vi piace; non essere in grado di conservare ciò che volete. Questo è particolarmente oppressivo quando siete voi stessi l'oggetto della scontentezza e del desiderio. Non è facile per nessuno essere in pace con la propria personale debolezza, specialmente quando nella società viene tanto enfatizzato lo stare bene, il farsi avanti e ottenere il meglio. Di fatto aspettative di questo tipo rendono difficile accettarci per quelli che siamo.

Tuttavia, con la pratica della Meditazione di Visione Profonda scoprite uno spazio che vi consente di prendere una certa distanza da ciò che pensate di essere, da ciò che pensate di avere. Contemplando queste percezioni diviene più chiaro che non possedete nessuna cosa in quanto 'me' o 'mio'; ci sono semplicemente esperienze, che vanno e vengono nella mente. Così se, per esempio, esplorate un'abitudine che vi irrita anziché deprimervi a causa sua, non la rinforzate ed essa se ne va. Può ripresentarsi, ma questa volta è più debole e voi sapete cosa fare. Coltivando una quieta attenzione i contenuti mentali perdono forza e può accadere che svaniscano, lasciando la mente chiara e fresca. E' così che la visione profonda procede sul suo cammino.

Essere capaci di pervenire a un quieto centro di consapevolezza nel flusso mutevole della vita quotidiana è il segno di una pratica matura, poiché la visione profonda acquista enormemente in capacità di penetrazione quando è in grado di estendersi a tutte le esperienze. Cercate di usare la prospettiva della visione profonda quale che sia l'attività del momento - lavori domestici, guidare l'auto, prendere una tazza di tè. Raccogliete la consapevolezza, mantenetela ferma su ciò che state facendo e risvegliate un senso di investigazione nella natura della mente in attività. Usare la pratica per centrarsi sulle sensazioni fisiche, gli stati mentali o la consapevolezza di ciò che si vede, si ode o si odora può sviluppare una contemplazione continua, che converte gli atti della vita quotidiana in fondamenta per la visione profonda.

A mano a mano che si radica nella consapevolezza, la mente diviene libera di rispondere in modo appropriato al momento presente, e c'è maggiore armonia nella vita. Questo è il modo nel quale la meditazione fa 'lavoro sociale' - portando la consapevolezza nella vostra vita, apporta pace nel mondo. Quando siete in grado di convivere pacificamente con la grande varietà delle sensazioni che sorgono nella coscienza, siete in grado di vivere in modo più aperto nel mondo e con voi stessi così come siete.


ALTRI SUGGERIMENTI

Condotta personale

Man mano che la nostra visione acquista in profondità, vediamo con maggiore chiarezza i risultati delle nostre azioni - la pace che buone intenzioni, sincerità e chiarezza di intenti promuovono; il patimento che confusione e noncuranza creano. E' questa accresciuta sensibilità, specialmente nell'osservare la sofferenza che causiamo a noi stessi e agli altri, che spesso ci ispira a voler vivere in modo più saggio. Per un'autentica pace della mente è indispensabile che la meditazione formale si combini con un impegno alla responsabilità e con la sollecitudine per noi stessi e per gli altri.

In realtà non c'è nulla di misterioso nel cammino della Visione Profonda. Nelle parole del Buddha, la strada è semplice: "Fate il bene, non fate il male, purificate la mente". E' una tradizione consolidata, perciò, che le persone che si impegnano nella pratica spirituale diano grande importanza a una condotta appropriata. Molti meditanti prendono dei voti morali realistici - come non fare del male a esseri viventi, non tenere una condotta sessuale sconsiderata, non assumere sostanze che alterino la coscienza (bevande alcoliche o droghe), astenersi dal pettegolezzo e da altre brutte abitudini nell'espressione verbale, per alimentare la propria chiarezza interiore e magari incoraggiare con gentilezza quella degli altri.

Compagni di strada e regolarità nella pratica

Meditare con regolarità in compagnia di alcuni amici può essere un notevole supporto per la costanza nella pratica e lo sviluppo della saggezza. Chi medita da solo alla fine si trova di fronte a un calo della sua forza di volontà, dato che c'è sempre qualcos'altro da fare che sembra più importante (o più interessante) dell'osservare il respiro. Meditare regolarmente in gruppo, per un periodo stabilito, fa sì che i partecipanti vadano avanti, indipendentemente dall'oscillazione del flusso dei loro stati d'animo. (Investigare questi mutamenti nella disposizione spesso conduce a importanti intuizioni, ma da soli può essere difficile sostenerle nel tempo). Oltre a vederne i benefici per voi stessi considerate che i vostri sforzi aiutano gli altri a perseverare nella pratica.

Note sulla postura

L'ideale è una postura eretta, vigile. Accasciarsi ha unicamente l'effetto di aumentare la pressione sulle gambe e causare disagio alla schiena. E' importante prendersi cura della posizione con saggezza, non con una forza di volontà senza sensibilità! La posizione migliorerà col tempo, ma voi dovete lavorare con il corpo, non usare la forza contro il corpo.

Controllate la vostra postura:

§ Le anche sono inclinate all'indietro? Questo vi farà accasciare.

§ La parte inferiore della schiena dovrebbe mantenere la sua curvatura naturale, senza forzatura, così che l'addome sia in avanti e 'aperto'.

§ Immaginate che qualcuno eserciti una lieve pressione tra le vostre scapole, mentre voi mantenete rilassati i muscoli. Questo vi farà vedere se inconsciamente 'ingobbite' le spalle (e perciò tendete a chiudere il torace).

§ Notate tutte le tensioni nella zona collo/spalle e scioglietele delicatamente.

Se sentite tensione o inerzia nella vostra posizione:

§ Raddrizzate la spina dorsale immaginando che la cima del capo sia sospesa dall'alto. Questo inoltre fa sì che il mento si inclini leggermente verso il basso.

§ Tenete le braccia sciolte e all'interno verso il corpo, contro l'addome. Se stessero in avanti vi farebbero perdere l'equilibrio.

§ Servitevi di un piccolo cuscino duro per appoggiare la parte inferiore delle natiche e sostenere l'angolatura delle anche.

Per le gambe:

§ Fate qualche esercizio per stirarle (come toccarsi le dita dei piedi con tutte e due le gambe distese, stando seduti).

§ Se durante un periodo di meditazione seduta provate molto dolore, cambiate posizione, sedete su un piccolo sgabello o su una sedia, oppure alzatevi in piedi per un po' di tempo.

§ Se di solito vi sedete (o vorreste farlo) sul pavimento o appena un po' più in alto, sperimentate con cuscini di diversa dimensione e durezza, oppure provate uno sgabello specifico per la meditazione (ce ne sono di vari tipi).

Per la sonnolenza:

§ Provate a meditare a occhi aperti.

§ Con l'attenzione 'percorrete' sistematicamente il corpo.

§ Concentratevi sul corpo nel suo insieme e sulle sensazioni fisiche, piuttosto che su un oggetto esile come il respiro.

§ Alzatevi e camminate consapevoli per un po' di tempo all'aria aperta.

Per tensioni o mal di testa:

§ Può darsi che vi stiate sforzando troppo; capita! In questo caso diminuite l'intensità della concentrazione. Ad esempio, potreste portare l'attenzione alla sensazione del respiro nella zona dell'addome.

§ Generate l'energia della benevolenza (ved. 'Coltivare il cuore'), e dirigetela verso la zona della tensione.

§ Visualizzare e diffondere luce per il corpo può essere di aiuto per alleviarne i dolori e le sofferenze. Provate davvero a focalizzare una luce benevolente su una zona difficile!

giovedì 13 gennaio 2011

Heian Sandan

Non dimenticare la variazione della forza, la scioltezza del corpo e il ritmo nelle tecniche. (G. Funakoshi)






Heian è il nome modificato da Gichin Funakoshi dei kata Pinan ideati da Anko Itosu. Secondo Funakoshi la conoscenza di questi kata permette al praticante di sapersi difendere in quasi tutte le occasioni. Inoltre questa serie di kata comprende quasi tutte le posizioni di base del karate Shotokan. In origine questi kata si chiamavano Pinan o Ping-nan e furono creati da Anko Itosu (1830-1915) maestro, insieme ad Anko Azato di Gichin Funakoshi. Si crede che Ping-nan sia la città cinese di provenienza del maestro In Shu Ho e che questi fosse residente in Okinawa in un villaggio di Tomari nella seconda metà dell’800. Si ritiene che In Shu Ho abbia insegnato a Bushi Matsumura (1797-1889) le due forme chiamate ch’ang-an (pace e tranquillità nella lingua cinese) e che lo stesso Matsumura avesse scorporato le due forme insegnatigli in tre forme, poi insegnate al suo allievo Itosu. Itosu divise ancora i tre kata nelle cinque forme esistenti, aggiungendovi alcune tecniche di kanku dai. Lo stesso Hi Shu Ho aiutò Itosu nella stesura dei kata, dopo la scomparsa di Matsumura. La serie dei cinque pinan vide la luce tra il 1897 ed il 1901. Questi kata di area shorin, furono ben presto introdotti nelle scuole okinawesi, ma prima di tale introduzione Itosu sperimentò l’efficacia didattica sui suoi stessi allievi e, accortosi che l’esecuzione a mani aperte fosse molto pericolosa per gli studenti, stabilì che l’esecuzione dei kata dovesse avvenire con le mani chiuse a pugno.




                                                                              (Miyamoto Musashi)